Menu LatinaPerStrada.it

La civile mediocrità, il fallimento della società civile di Latina

Prefazione al libro di Maria Corsetti “AVANZI”

La civile mediocrità, il fallimento della società civile di Latina

Credo che per darvi una chiave di lettura della chiusura di un giornale e di una tv, dobbiamo ricorrere a una parola. Una parola che sta al racconto come la chiave di volta sta all’arco. Quando Maria mi ha parlato della sua intenzione sono rimasto perplesso. La storia mi coinvolge: sono stato direttore di Tele Etere, un po’ anche imprenditore dell’operazione Il Territorio-Tele Etere, mi sentivo un po’ “colpevole”. Poi? Poi quella parola che cresceva ogni passaggio del raccontare di Maria, mi dava un occhiale nuovo con cui guardare queste vicende. Perché, io, avevo creduto in una utopia (mi capita da quando sono entrato dentro l’adolescenza), che potesse esistere una “emancipazione” , un’autonomia di racconto, della comunità locale di cui ero parte. Una utopia che si è dimostrata non meno “fallimentare”, “inutile” e “pericolosa” delle altre mie utopie. Ma di questo sogno rivendico, nella consapevolezza del dopo, la grandezza del sogno. Consentitemi la consolazione.

La parola? La parola che spiega il racconto di Maria? L’ho trovata nella differenza su due modi di vedere la creazione del mondo: da una parte chi crede che in principio c’è stato il Verbo, dall’altra chi pensa che tutto nasce dal brodo. L’interpretazione di questo racconto sta dentro il Verbo, dentro l’idea che forse c’è un disegno, che le cose non nascono nel caso.

Perché questa storia è una storia “mediocre”, perché la “mediocrità” fornisce il codice per leggerla. Mediocri i personaggi, mediocre il contesto, mediocri i rapporti umani, mediocri i valori, mediocri anche i luoghi comuni.

Iniziamo da una mediocrità del luogo comune che esisterebbe una “società civile” migliore della “società politica”, della società degli “intellettuali”. Ecco Maria ci dà un quadro della società civile, triste come gli ambienti in cui Victor Hugo metteva i miserabili, con le dinamiche di quello spaccato sociale urbano e preindustriale come qui è provinciale e postindustriale. I protagonisti di questa storia sono figli della trasformazione, come mi ricorda Maria, di piccoli bottegai, di vaccari in “imprenditori”. Acquistano modi da imprenditore con logiche da bottegai. Berlusconi si vanta di non aver mai licenziato nessuno, si vanta di aver fatto. Qui si disfà, qui sono mediocri ambizioni in metodi mediocri. E per lungo tempo protagonisti di questa miseria si sono sentiti “sindaci”, onorevoli, capi di qualcosa, come miserabili di Hugo che si illudono di poter diventare Luigi XVI, Cesare, ma restano quel che il grande francese pensava di loro: dei senza speranza.

Mediocrità umana che sta nel nascondersi, nella incapacità di mostrare il petto che fa anche degli ultimi, dai quali mi vanto di venire, non dei miserabili proprio nella idea di speranza.

Parole senza senso, piccole invidie, solitudini, tante solitudini e il niente che diventa “Verbo”.

La società civile di questa provincia è costituita dallo stesso “popolo” di Hugo. Maria racconta, sbigottita, lei che al vivere ci ha messo la faccia in un percorso personale non certo in discesa.

La mediocrità della società civile trova una complicità in piccoli ambizioni personali,  figlie di quella cultura che Moravia attribuisce agli “indifferenti”, a quelli che davanti alla ignobiltà del Fascismo non hanno la forza di sceglierlo, ma neanche l’ardire di contrastarlo, restano in mezzo senza alcuna nobiltà, mediocre alleanza in un mediocre progetto che frana dopo qualche giorno, che diventa niente quando non ha più il nemico, quella idea di Tv identitaria che aveva fatto di Tele Etere il riferimento culturale della comunità che, a favore o contro, si specchiava nel problema identitario, dentro quel percorso che sta dentro, con differenza abissali, ma consentitemi l’iperbole, di Canale Mussolini di Pennacchi, di Vita della Mazzucco: due premi Strega due storie pontinissime che diventano italiane.

Il racconto che andrete a leggere è il racconto dei nuovi miserabili di una società ricca, è un racconto sociale, è il racconto di una nuova povertà, non materiale ma umana, una povertà che forse ha i suoi precedenti nei miserabili negli indifferenti, ma è un nuovo prodotto di una società che non è più neanche massa che ha ancora vicinanze fisiche, qui è un percorso di solitudini, di relazioni, di fumo. Benvenuti nel tempo del niente. Benvenuti nel tempo del terrore nuovo, la società totalitaria del Novecento aveva paura delle differenze, aveva paura di chi pregava diverso, di chi non viveva in casa ma viaggiava, qui c’è il terrore dell’intelligenza, una sorta di congiura dei mediocri: bottegai mediocri, giornalisti mediocri, persone mediocri.

Debbo anche fare anche una pubblica ammenda: mica avevo capito tutto questo deserto sociale, i miei occhi, la mia anima era stata contagiata da un fumo denso di apparire e come Don Chisciotte ho trasformato pecore in mori, mulini a vento in cavalieri indomiti. Ho trasformato osterie della Mancia in Hilton di Londra, ma quelli pecore erano, bettole erano. L’utopia? Sì, lo confesso, volevo salvare la cristianità dal male, invece non c’erano cristiani e non c’era il male. C’è una solitudine infinita, tanta solitudine.

Lidano Grassucci