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Frutto di felici innesti in Terra Pontina (Ultima parte)

I personaggi ricordati dalla nonna: il signor R, il pesciarolo, il gelataio

In questa “galleria di personaggi” all’ICP, della Littoria d’una volta, un altro personaggio ha attratto l’attenzione di mia nonna, con un giudizio non proprio favorevole. Era un certo signor R. (omesso per opportunità, l’intero nome) Alto. Segaligno. Spigoloso. D’aspetto virile considerata anche la sua numerosa prole. -Tutti maschi – 7 o 8 (nonna non ricorda il numero preciso).

Nati a breve distanza l’uno dall’altro. Essi seguivano il padre passo passo; uno dietro l’altro in fila come paperetti dietro al papero. Calva la sommità del suo capo, mezza corona di capelli neri arricciolati sulla nuca. Ebbene, costui, al primo urlo d’allarme correva come un lepre al rifugio antiaereo (che si trovava nel sottosuolo, lì dove attualmente s’estende il Piazzale antistante la Chiesa di S. Maria Goretti, inesistente allora, mentre il “rifugio” esisteva ancora nel 1956 – Lì giunto “armato” di filatoio a ruota e pedale, iniziava a filare la lana tra dense volute di fumo della pipa stretta tra i denti. E filava filava … fino a quando non suonava il cessato allarme. Ebbene, questa brutta copia di Braccio di Ferro quando sentiva che l’incursione era in corso con paurosi boati, sollecitava la propria moglie (una donnetta svuotata dalle gravidanze) ad uscire dal ricovero per andare a “visitare” le case, lasciate in fretta dai proprietari.

Solo più tardi nonna ha capito il vero significato di quel “visitare” le case vuote! Ma una volta, con sua grande soddisfazione, nonna ha sentito la donnetta rispondere con netto rifiuto: <<No, no e poi no, mi non son carne da canon!>>. “C’è da dire – aggiungeva nonna – che non era questo l’unico “caso”. Perché, nella sttessa situazione, altri pure uscivan dal “ricovero” e ne tornavano … chi col grano e chi con la metaforica “grana”, che non era il formaggio. Comunque – in ogni caso – “azioni riprovevoli” ribadiva nonna.

Altro personaggio? Il “pesciarolo” dall’aspetto “saraceno”. Abitava all’ICP con la sua numerosa famiglia “tutta saracena come lui”. Portava in città il pescato di Foce Verde, una volta la settimana. Legate alla bicicletta, 2 o 3 cassettelle di legno, piene di pesce azzurro con cui iniziava il giro delle Case Popolari gridando: <<Pesce fresco, donne, pesce fresco!>> E le donne accorrevano, compravano. E il pesce era davvero fresco. Lucenti d’azzurro verde argento: sarde e alici dall’occhietto vivo, stillanti ancora acqua di mare che finivano regolarmente fritte in padella, spandendo attorno odore goloso di frittura. Doveva trattarsi dello stesso appetitoso odore che aveva attirato Pinocchio nella dimora del Pescatore Verde – Commenta divertita mia nonna, ricordando come sua madre conservasse in “Saor” all’uso veneto, il pesce fritto rimasto. Gustosissimo così preparato.

Cosa dire dell’autorevole Capoportiere? Corpulento. Alto. Burbero. Sorvegliava attentamente che tutto funzionasse a dovere nel suo quartiere. Sempre in divisa grigia con bottoni lucenti e cappello con visiera, egli s’annunciava già da lontano per l’acre odore del “toscano” sempre acceso tra le sue grosse labbra. La persona più cara ai bambini? Il gelataio. Un bellunese che arrivava col suo carrettino a triciclo col classico coperchio a cono rovesciato. Subito attorniato da bambini che l’osservavano attenti mentre sistemava le 2 o 3 palline di gelato di diverso colore, a seconda dei centesimi che essi avevano da spendere. Sparito dal giro, il gelataio ambulante, con l’apertura all’ICP del primo caffè gelateria vicino al negozio di generi alimentari dei Veronese dove tutti facevano la spesa.

Ricordato con piacere da nonna il sig. Giuseppe che un giorno le ha regalato una caramella al miele. Indimenticato l’amichetto preferito, Elia, col quale aveva giocato fino all’ora di cena e che, appena andato a letto, è stato ucciso dal primo “spezzone” caduto sulla città, proprio sulla sua casa dirimpettaia a quella di nonna. E questa volta non era stato “Pippo” il ricognitore serale che sorvolava Littoria, ma un altro aereo che così ci dimostrava come la guerra <omicida> fosse arrivata anche a Littoria.

In quell’occasione anche la casa di nonna è stata danneggiata. Infranti tutti i vetri a causa dello spostamento d’aria, nonna si è ritrovata piangente, nel suo letto spostato di botto al centro della stanza, tra pezzi aguzzi che fortunatamente non l’hanno seriamente ferita – Ma che spavento! A interrompere la monotonia delle giornate c’era la settimanale Adunata del “Sabato Fascista” che si svolgeva alla “Piazzetta” del “Gruppo Barany” che tutti – ignorando chi indicasse quel nome, chiamavano “Baranin”. Volenti o nolenti tutti vi partecipavano in camicia nera. Qualcuno aveva tentato d’esimersi, ma era stato bastonato e “purgato” con dose abbondante d’olio di ricino.

Ed è disgustoso quest’olio che le mamme, spesso, somministravano a cucchiaiate ai figli ad ogni loro imbarazzo di stomaco. Ma torniamo all’Adunata del Sabato. Vi partecipavano vari funzionari in vista, in divisa e stivaloni così lustri da potercisi rispecchiare. Uno di questi, diceva la nonna, l’avrei rincontrato dopo la guerra, in abito “democristiano”, ma sempre altezzoso!

Tutti in divisa dunque. Anche i piccoli delle scuole elementari che vi prendevan parte come “Figli della Lupa”. Le femmine in gonna nera a pieghe e camicetta bianca. I maschi in camicia bianca e calzoncini corti e neri. Tutti in fila, accompagnati dalle maestre in orbace. E così vestite (potere magico della divisa!) tutte si sentivano così importanti che pure le più insignificanti apparivano spavalde. Distinte per età e sesso le Gerarchie suddivise in figli della Lupa, Balilla, Giovani Italiane, Avanguardisti ecc… e qui nonna non ricorda gli altri nomi. Si distinguevano bene i Tamburini se non altro per il loro forsennato percuotere la pelle tesa dei tamburi. Un miracolo che non si sfondasse data la foga.

Tra i Tamburini uno si chiamava Valerio. Era il figlio del signor Veronese e sarebbe diventato mio nonno – Si salutava l’alzabandiera con i rituali saluti: “per il Re!” – “Viva il Re!” “Per il Duce” Eia Eia alalà. Durante l’Adunata si eseguivano in coro inni patriottici e di regime. Mai più sentita da allora “Giovinezza” o il canto dei Sommergibilisti. Rimasto “La Leggenda del Piave”. Ma questo apparteneva ad altra Storia.

L’ammaina bandiera scioglieva il raduno con sospiro di sollievo in chi vedeva nella manifestazione “una pagliacciata” e che invece, a noi bambini (dice nonna) piaceva perché rappresentava un giorno senza lezioni e senza lo spauracchio del castigo facile, perché per un nonnulla si finiva confinati dietro la lavagna o si ricevevano bacchettate sulle mani – a seconda la gravità della mancanza. Intanto i tempi stavano drammaticamente peggiorando. Stavan maturando gravi propositi e l’ora delle gravi improrogabili decisioni era scoccata, mentre gl’Italiani applaudivano “Evviva, evviva” … alla Guerra - 1940 – La II mondiale! Con anni di lutti, distruzioni e di atrocità indicibili che avrebbero impresso un nuovo corso alla Storia di tutte le Nazioni, compresa l’Italia, che ne uscirà con le ossa rotte nel 1945 e da Monarchica si ritroverà o Repubblicana. E Littoria diverrà … Latina, rischiando di chiamarsi “LATINIA”.

Nonna non ha mai voluto parlarmi della Guerra; da lei vista e vissuta in prima persona; forse ancora tormentata dalla visione spaventosa e terribile dei morti orribilmente straziati e dei feriti a Littoria, il giorno 25/01/1944 … per la strada … vicino alla Farmacia Gambetta … Quanti? Non li ha voluti contare … Troppi! Ricorda il numero: 8, di quelli uccisi da una granata nel rifugio del Palazzo M. Qualche volta accenna allo sbarco di Anzio e allo “sfollamento” da Littoria a Norma, dove è stata testimone di violenze inflitte persino nella Chiesa; promettendomi di parlarmene, un giorno … perché ancora risente le grida e gli  ordini imperiosi; Verboten . Rauss … Nix … Caput…

Mi ha raccontato, invece, d’un importante avvenimento promosso negli anni 1938-39 a Littoria e che ha condotto nella città personalità di rilievo oltre a tantissimi visitatori richiamati dalla “Mostra” di propaganda allestita negli edifici del “Campo Boario” ove, fin dagli anni 1930-40 si teneva il “Mercato del bestiame” (dal quale la zona prende il nome). Ebbene, il “Consorzio della Bonificazione Pontina” (ott.1938), tramite il “Consiglio Provinciale delle Corporazioni di Littoria”, in visita alla “Mostra Permanente del bestiame”, sollecita ed ottiene l’erogazione d’un contributo di 16.000 (sedicimila) lire per estendere il “programma” non solo al patrimonio zootecnico, ma anche al complesso delle attività economiche ed agricole del “Risorto Agro Pontino”.

Si promuoveva così una “Mostra del prodotto Pontino” o “Mostra di Littoria”. Al documento di richiesta (allegato in fotocopia), faceva seguito la “Delibera” ad approvazione del “Consorzio di Bonifica di Littoria” in data 23 Maggio 1939 Anno XVIII, a firma: Commissario Straordinario Prampolini. Nonna ricorda d’aver visitato quella “Mostra”, meravigliata dalla presenza degli Ascari “truppa pittoresca” di colore - mia vista prima. Allestita la Mostra negli stessi edifici che il Comune avrebbe, in seguito,affittato al “Comitato Provinciale Antimalarico”, nei quali nonna avrebbe abitato fin dal 1947 – vivendo il lungo faticoso periodo della lotta antimalarica con l’uso del DDT (arrivato dagli USA), poiché la perniciosa malaria era tornata a ghignare in Terra Pontina nell’immediato dopo guerra.

Poiché il “Campo Boario” era zona periferica di baracche, era chiamata anche “Shangay” e tale nome le è rimasto a lungo, pure dopo la guerra – Oltre che “Shangay” questa zona è stata chiamata anche “Quartiere dei Ventosiani”. Ma chi lo sa questo tra i Latinensi? Quel nome derivava dagli abitanti di Ventosa (frazione deliziosa medievale di SS. Cosma e Damiano) i quali vi erano stati fatti arrivare – come sfollati – a causa dell’avvicinarsi, dal Sud, delle truppe Anglo-Franco-Americane con le sanguinarie orde dei Marocchini che, - sguinzagliate dal Maresciallo francese Juin allo scopo di “farla pagare” a questi inaffidabili italiani – infierirono sull’inerme popolazione del Sud Pontino e della Ciociaria e, con particolare violenza, su donne e bambine! – (Argomento, questo, di celebri romanzi e di film!) I Ventosiani arrivati a Littoria, ed alloggiati nelle baracche del Campo Boario – Shangay – han lasciato anche il loro nome a questo Quartiere periferico della città, ora totalmente stravolto e “cambiato: – divelti pini dei viali, ricoperti i campi e i giardini da moderne costruzioni. Conservati, però i “primitivi edifici” usati attualmente dalla USL, che nonna guarda ancora con occhio affettuoso, (e ne ha fatto pure … un disegno) -

Ho appena sfiorato l’argomento “Guerra” sofferto da Littoria – Latina e dai suoi abitanti.

So che è ricchissimo di ricordi per mia nonna, per cui forse, costituirà “materia” per un altro racconto.

GIULIA SALVATO 

Studentessa del  Liceo / Ginnasio Statale 

“Dante Alighieri” 

Elaborato del 2012 per il concorso "I Nonni raccontano"

 

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