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Frutto di felici innesti in Terra Pontina (Terza parte)

Il “giro di Peppe” e le serate ai giardinetti curati dall’IPC

Pensate che l’isolato comprendente – il detto Cinema, la Caserma dei Carabinieri, il bar Mimì, la Casa Veneta, la profumeria, Wiquel e Mancinelli, e il negozio d’angolo di scarpe e abbigliamento allora alimentari “Benedetti” – costituiva il “cuore” della vita cittadina di Littoria.

Era la passeggiata domenicale  d’obbligo. Era il famoso: “giro di Peppe”, lungo il quale tutti, dopo la messa domenicale il pomeriggio s’incontravano, tra scambi di saluti, scappellate di omaggio delle signore, si sostava qualche minuto, giusto per i convenevoli. Eravamo tutti lì (dice nonna) e, qualche volta, tanto per cambiare, si faceva il giro in senso contrario. Ai miei tempi ci si conosceva tutti… Ora giri e rigiri e … non riconosci nessuno (o quasi). E’ questo il commento di nonna!

Nell’appartamento al 3° piano dell’ICP dotato di tutti i servizi e di un grande terrazzo sempre fiorito (piccolo lembo d’un nostalgico giardino Veneto) la famiglia ha vissuto fino al perentorio ordine di  sfollamento esperienza veramente dolorosa per tutti!

Per la precisione, vi sono rimaste la bisnonna e la mia nonna, perché Umberto era stato richiamato a prestare servizio militare. Espressione che nonna – bambina – non capiva. Perciò si chiedeva chi avesse osato “richiamare” e portarsi via il suo papà. Eppure, un triste giorno, appesi i suoi abiti nell’armadio, Umberto ha indossato una strana divisa di ruvido panno e che – cosa strana – prevedeva … delle fasce dello stesso tessuto grigioverde da avvolgere attorno alle gambe (così si faceva solo con le fasce per i neonati!) E, come appariva buffo il suo papà con quel cappelletto a bustina, simile nella forma a quello fatto col giornale, da muratori e manovali allorché trasportavano con le carriole, materiale edile, su e giù dalle oscillanti palanche dei palazzi in costruzione!

Però c’erano le stellette sulle mostrine! per cui i soldati cantavano (non so quanto allegramente!): “ E le stellette che noi portiamo son disciplina, son disciplina per noi soldà” – E le giberne, a cosa servivano? E Adriana doveva presto imparare che esse contenevano pallottole con cui colpire e uccidere altri uomini!!! E quella brutta gavetta di latta? Per il rancio! Ossia, per il pasto! E pensare che il suo papà era così “schizzinoso” che mangiava soltanto in piatti di bella ceramica decorata! “Quale affronto” pensava la piccola Adriana. “E il perché” doveva  presto impararlo perchè ci si preparava a tempi durissimi – di ristrettezze – di paure … di pianti …. Il nome “Guerra” echeggiava ormai ovunque, in tutto il mondo; incombente come macigno di morte! Già.

Tempi di guerra sempre più vicina; che presto anche su Littoria avrebbe picchiato forte e crudelmente. Intanto la gente continuava a vivere alla bell’e meglio”; ad incontrarsi la sera nei giardinetti curati dall’IPC. Anche Clorinda (sempre più triste) con la sua bambina partecipava ai raduni serali, sebbene spossata dalle lunghe file al negozio di generi alimentari, per fare la spesa con la “tessera annonaria”, con cui poteva comperare soltanto ciò che era consentito dai “bollini” diligentemente staccati dall’alimentarista.

Nonna Adriana ricorda bene quegl’incontri all’aperto tra persone di varia età, di differente provenienza, di diversa estrazione sociale, che conversavano con accenti diversi dei fatti quotidiani, delle pessime qualità del pane fatto sempre più di crusca e nel quale si trovavano pezzi di “reste” di spiga e anche – qualche pezzetto di vetro! Sembra impossibile, eppure mia nonna giura d’avercelo trovato. E io le credo!

In quegl’incontri si citavano i nomi dei primi Littoriani caduti in guerra. Giovani baldanzosi, partiti un giorno cantando inni di regime e di propagande; ma che non sarebbero mai più tornati … dall’Africa, dalla Grecia (alla quale si “dovevan spezzar le reni”) o dall’Albania dove anche Umberto era destinato, ma trattenuto in ospedale a Roma, per una brutta pleurite.

Si tentava di consolare le vedove e gli orfanelli in lacrime. Quegl’incontri serali tra casigliani, nei cortili, servivano anche – o soprattutto – ad approfondire conoscenze e a favorire integrazione e socializzazione. E’ stato così che nonna Adriana – la bambina dai capelli a boccoli sormontati da l’immancabile nastro a fiocco – ha imparato a conoscere meglio i vari personaggi che animavano quel suo microcosmo dell’ICP, e tutto questo favorito dai commenti (non sempre benevoli), e da descrizioni che facevano gli adulti riuniti a crocchio mentre i bambini erano intenti (e non sempre del tutto) ai loro giochi.

Nonna (bambina) tra una corsa e l’altra, spesso si fermava ad ascoltare, così memorizzando nomi, volti, caratteristiche di ciascuno, al punto che ancor oggi ne ricorda le caratteristiche fisiche, le virtù e i difetti, le manie.

Niente di meglio della frequentazione “colloquiale” continua ed attenta per approfondire le “conoscenze”. E nonna ascoltava e osservava pur partecipando ai giochi dei suoi compagni, che spesso – ieri come oggi – finivano con bisticci.

Ai quei tempi gl’insulti più comuni erano: <<Polentone, magna polenta>> rivolto ai bimbi settentrionali>> seguito dall’immancabile <Marochin, da la testa mata mangia savon come ciccolata>>. Questo insulto rivolto dai settentrionali agli autoctoni, derivava dal fatto che questi ultimi erano stati sorpresi a gustare golosamente la pasta dentifricia perché “sapeva di menta”, e principalmente perché - era risaputo - che la vecchia Lucia usava i servizi igienici del suo bagno …. come semenzai e vivai per coltivazioni di pomodori, peperoni e insalatina da taglio! Non aveva mai visto e usato prima un “water” o un “bidet” (commenta nonna!).

Tutti i coinquilini ammiravano la bella figliola dalle lunghe trecce more della “Sora Ersilia”. Necessario specificarne il luogo d’origine? E tutti temevano le bizze della “strega”: una donnetta secca secca, irascibile e bisbetica che parlava con vocetta stridula, dai capelli color del fieno secco e sempre spettinati, occhietti maligni, che si guardavan attorno sospettosi e guardinghi, forse perché aveva intuito d’essere considerata una menagrama!  O forse s’era accorta che al suo passaggio tutti facevan strani gesti, di scongiuro!

Tutti ammiccavano tra l’ammirato e l’invidioso – all’incedere pieno di sussiego del signor Cavaliere, un napoletano – con tantto di titolo e di stemma; con in capo sempre una elegante bombetta di feltro grigio ben spazzolata, e sempre col bastone da passeggio nero fornito di pomo d’argento. Tutti ridacchiavano al muoversi veloce e al camminare a rapidi passetti d’un altro personaggio: un giovanotto dalla testa grossa su un corpo esiguo; capelli neri e folti da cui si dipartivano due enormi orecchie a sventola che gli valsero il soprannome di “Topolino”.

E i bambini si chiedevano (incuriositi – dice nonna -) se avesse per davvero una lunga coda nascosta nei calzoni tanto corti che gli arrivavano a malapena alle caviglie. Rispetto ed ammirazione erano riservati, invece, alla spavalda e statuaria Vittoria; autentica virago  che – sostituiva in tutto e per tutto il marito. C’era chi frequentava assiduamente l’osteria di “Righetto”, sollecitandolo a gran voce a servire il solito quartino del migliore bianchetto di Frascati o di Velletri. Quante storie: quanti personaggi tra i coinquilini dell’ICP! Alcuni dei quali più incuriosivano e intimorivano i bambini che – giocando – ascoltavano.

Uno tra questi in particolare eccitava la loro fantasia; al punto da smettere persino di giocare quando gli adulti, abbassando la voce, si confidavano che a Littoria vivesse un lupo mannaro – identificato in un povero diavolo di commerciante. In verità non aiutato da madre natura … per via del suo sgradevole aspetto, racchiuso in un corpo basso e flaccido; negli occhietti sfuggenti ed acquosi, … persi … nel grasso delle guance d’un pallore cadaverico. Orecchie appuntite da elfo o da fauno bordate di peluria scura; mani sempre infilate nel fondo delle tasche dei calzoni. Secondo la nomea purtroppo diffusa, costui, nelle notti estive di luna piena, si tramutava in lupo mannaro e spegneva, lugubremente ululando i bollenti spiriti nell’acqua fresca della “fontana con la palla” (in Piazza del Popolo). E pensare (dicevan tutti) che aveva una bella moglie e figli bellissimi. Da non credere!!

Inutile dire che i bambini si tenevano alla larga sia dal commerciante di brutta nomea che dalla Strega temendone i sortilegi. Non volevano finire come Hans e Gretel! Unanime simpatia riscuoteva, invece, la famiglia bolognese di Ebe e Ivano. Allegri, ospitali e generosi particolarmente con Clorinda e la sua bambina che eran sole dacché il capofamiglia stava “facendo il soldato” – Ottima cuoca, Ebe, ha insegnato alla mia bisnonna a preparare le specialità della cucina emiliana. E Ivano, gran simpaticone, scherzava coi bambini. Un giorno ha fatto ridere tutti ostinandosi a voler conciare una pelle di coniglio con il borotalco contenuto in un verde barattolo di cartone. E visto che i bambini ridevano di gusto (e rare eran le occasioni per ridere) continuava a strofinare quella pelle irrigidita dicendo: <<Se il borotalco va bene per il culetto dei bambini, ancor più gradito sarà alla pelle di un coniglio!>>. Nonna ricorda le risate ma non che fine abbia fatto quella pelle!

Continua...

GIULIA SALVATO 

Studentessa del  Liceo / Ginnasio Statale 

“Dante Alighieri”

Elaborato del 2012 per il concorso "I Nonni raccontano"

 

 

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