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Frutto di felici innesti in Terra Pontina (Seconda parte)

Il ricordo della bisnonna Florinda e del...sangue longobardo

Una città, questa Latina, che seppur “cambiata, non più rispettata, quasi oltraggiata e vilipesa da una cieca modernità fatta di alveari di cemento, e vittima della vanagloria …” nonna Adriana questa città la ama a tal punto da dedicare a “Lei” e al suo territorio una quantità di poesie e un’ode che così inizia: “Terra mia / o mia terra /più della terra dei miei avi / io ti amo!//

E io, Giulia, sua nipote, ne capisco il motivo: qui ella è nata, vissuta e cresciuta con la città stessa; e qui ha “intessuto il suo ordito familiare”, proseguendo su quello già avviato da sua madre: Clorinda, la trevigiana arrivata un giorno a Cisterna, con una valigia e una sveglia antica sotto un braccio e qualche bozzolo di baco e alcune foto – E tanti semi e rizomi e bulbi di fiori. Perché se tra i trevigiani suoi compagni di viaggio, c’era chi aveva portato con sé il gattino; chi il canarino dentro la gabbietta; chi un fagotto con dentro chissà quale piccolo – gran tesoro! Tutti legami vivi e tangibili d’un vissuto da trapiantare in “Terra Nuova”.

La mia bisnonna Clorinda ha portato la sveglia dei nonni qui arrivando con suo padre: il capofamiglia, il quale, come ex Combattente e reduce della “Grande Guerra”, aveva avuto in assegnazione dall’ONC una casa con podere e accessori vari. Con loro i 5 fratelli - baldi giovanotti con relative mogli. Tutti alti. Tutti biondi, occhi azzurri come cielo che a mia nonna -bambina che amava leggere la storia- facevano pensare ai Vikinghi o ai Longobardi, sia per i tratti somatici, sia per il loro aspetto altero, sia per il cognome: “Artico”.

Un simile cognome non fa certo pensare all’Africa! E poi … quel nome: Clorinda! che, per assonanza richiamava alla mente: “Teodolinda”, la famosa regina Longobarda (quella della “corona ferrea” o della “chioccia coi pulcini” d’oro!). Se a questo si aggiunge anche il nome del luogo in cui la famiglia è sempre vissuta (tra Oderzo e Treviso) … Beh! … Tutto ciò rafforza anche la mia convinzione e mi fa ora esclamare: <<In me, Giulia, scorre anche sangue longobardo!>>

E la mia bisnonna Clorinda, fiera, eretta, tenace, da vera Longobarda è vissuta… superando difficili prove di vita … concedendosi ormai ultranovantenne alla morte, coltivando fino all’ultimo i suoi fiori e conservando intatti, tutti i suoi denti!...“Razza Piave!” è solita ora esclamare sua figlia: mia nonna Adriana, che, per “piglio”e “determinazione” molto le somiglia. E che io considero – anche per la sua età prossima agli 80, una “Pagina Vivente” della nostra storia locale.

Mi piace, ora, guardare con più consapevolezza, la foto ingiallita che mi “presenta” la bisnonna nell’abbigliamento indossato all’arrivo a Cisterna; quando avrà stupito i giovanotti attirati in stazione dallo “spettacolo” dell’arrivo dei “Trevigiani”. Giovane, bella, bionda, avrà suscitato immediata ammirazione – sia per l’abbigliamento che per la sua chioma d’oro, raccolta in un’unica treccia ravvolta e fissata dietro la nuca con forcine di tartaruga e che, una volta disciolta, doveva diventare una cascata di fili d’oro.

“Son fili d’oro i tuoi capelli biondi…” “Qualcuno” le ha cantato – già innamorato al primo incontro, amandola poi per il resto della sua vita. Quel “qualcuno” sarebbe diventato il mio bisnonno: Umberto – il bel giovane toscano; partito diciottenne, in bicicletta, per una “terra d’avventure”, dalla natia “Villa Saletta”, tra la comprensibile costernazione dei genitori. Cosa dire dell’abbigliamento della bisnonna? così diverso da quello delle donne del posto! Sempre vestite d’abiti scuri lunghi fino ai piedi, calzanti “pezze” di ruvida tela chiara e “ciocie” legate alle gambe con stringhe di cuoio; con l’eterno “zinale” legato in vita e i capelli raccolti a crocchia.

La “Trevigiana”, invece, indossava un “tailleur” scuro di linea sobria. Giacca monopetto. Gonna corta a sfiorare appena il ginocchio (… che scandalo!). Unico vezzo: un fazzolettino di pizzo fuoriuscente dal taschino che faceva d “pendant” al colletto smerlettato della bianca camicetta.

Una cravatta di “piglio” maschile, a lasanghette grigie e nere. Scarpe a mezzo tacco, allacciate alla caviglia da un civettuolo cinturino, di color beige chiaro in tinta con la borsetta ch’ella teneva in mano; mentre sotto l’altro braccio teneva – proteggendola dagli urti – l’antica sveglia dei nonni. Sveglia ora conservata da nonna Adriana che, quotidianamente la ricarica, come eseguendo un rito sacrale. Essa troneggia sull’antico cassettone accanto al vecchio lume a petrolio di verde opaline. La sveglia è una grossa, rotonda, appariscente “cassa” metallica contenente un rumoroso ingranaggio che continua diligentemente a compiere il proprio dovere.

Fissata su un’”architettura” lignea una volta adorna di: pinnacolini torniti di legno, un’aquiletta ad ali spiegate, fregi bronzei; una catenella, un piedistallo e … un imperioso martelletto che – all’ora fissata – comincia a percuotere velocemente i due dischi metallici e bombati a forma di seni … Vedendola avanzare così abbigliata e con quella sveglia rumorosa sotto il braccio, immagino i commenti incuriositi dei giovanotti, e quelli invidiosi delle donne “locali”; … soprattutto quando l’avranno vista pedalare in bicicletta, (con le “cotole curte”), gonne al vento! O quando l’avran vista ballare l’elegante valzer (il sabato) … perché Clorinda amava il ballo e il canto corale come si usava nella sua terra: “la gioiosa et amorosa marca trevigiana”!

Ad essa la bisnonna spesso volgeva un pensiero nostalgico; ma nella quale è tornata solo dopo molti anni, per far conoscere le proprie figlie ai parenti rimasti nel Veneto; … e ai suoi familiari che - con lei giunti un giorno in Terra Pontina, se n’eran tornati indietro, solo dopo qualche anno.

Non so se abbiano partecipato alla “prima mietitura del grano” quando, l’8 agosto 1933, come “imboccatore” di covoni nella trebbia e regolarmente pagato, vi partecipò – a torso nudo – anche lo stesso Mussolini; così come appare nel mosaico della facciata della Chiesa dell’Annunciata a Sabaudia.

Lei sola, Clorinda, è rimasta a Littoria, perché innamorata – e sposata – al bel giovane toscano che all’arrivo le aveva cantato: “Son fili d’oro i tuoi capelli biondi…” – Così è iniziata l’avventura della mia famiglia in Terra Pontina. Da una serie di “felici innesti”: tosco-veneto-siciliani, siamo nati mio fratello Francesco e io, Giulia, la nipote che raccoglie le memorie di nonna Adriana: che sono innumerevoli e mi sono state raccontate – soprattutto – negli anni in cui ho dormito con lei, dopo la morte improvvisa di nonno Valerio. Non mi piaceva saperla sola soletta. Così ho dormito con lei, nel suo letto di ferro battuto, tra le sue lenzuola ricamate e odorose di lavanda.

Da questa condivisa intimità tra nonna e nipote sono scaturiti i suoi “racconti” che, oggi, in maniera forse un po’ confusa, espongo. A mia giustificazione posso dire che sono tanti; e tutti interessanti, perché essi ricoprono un ampio arco di tessuto storico, comprendente un periodo di estremo interesse che tutti ci accomuna: quello compreso tra le due Guerre Mondiali.

Clorinda, Umberto con la figlioletta Adriana si sono stabiliti a Littoria; al II lotto delle Case Popolari – l’ICP – Quartiere Nicolosi – dal nome del progettista, perché Umberto a Littoria lavorava, svolgendo un duplice lavoro prima d’essere assunto in “pianta stabile”. (dopo la guerra, nel 1947) – al Comitato Provinciale Antimalarico.

Di giorno, indossato il camice bianco, lavorava presso la farmacia “Ruggeri” – la prima di Littoria, (poi diventata la S.Marco); sempre situata nello stesso posto, ma totalmente cambiato il fabbricato. In origine era simile in tutto e per tutto alla dirimpettaia palazzina rosso scuro del dott. Rossetti. La sera, indossata la “divisa” richiesta dai proprietari, Umberto strappava i biglietti presso il “Cinema Dell’Aquila” e controllava che tutti rispettassero il locale.

Perciò, niente cartacce sul pavimento e tanto meno lattine di Coca Cola (sconosciuta all’epoca!). C’era, una volta, maggior rispetto per i locali pubblici, dice nonna, e per le aiuole fiorite di piazza del Popolo. Nessuno osava camminare sull’erba ben tosata o tra le siepi di bosso sempre ben curate. C’era allora maggiore educazione civica. Ora al posto del Cinema Dell’Aquila c’è la Libreria Feltrinelli e prima ancora la Standa.

 

 

Continua...

GIULIA SALVATO

Studentessa del  Liceo / Ginnasio Statale

“Dante Alighieri”

Elaborato del 2012 per il concorso "I Nonni raccontano"

 

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