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Frutto di felici innesti in Terra Pontina

I racconti e i ricordi di Nonna Adriana (Prima parte)

Annunciato da assordante fracasso, fischiando e sfiatando tra dense sbuffate di fumo, con acuto stridio di ferraglia, il lungo treno a carbone proveniente dal Nord Italia finalmente si ferma con un ultimo sbuffo ed estremo ringhio, sulle rotaie sprizzanti scintille della Stazione di Cisterna.

E’ l’antica “Tres Tabernae” (precisa nonna Adriana) – già importante stazione di posta al tempo degli antichi Romani e per quei “Viaggiatori” che, diretti al Sud, percorrevano l’Appia che per tanti secoli è stata lambita dalle Paludi Pontine e solo recentemente divenuta “Terra Nuova” (o meglio, rinnovata) perché bonificata – finalmente – dopo precedenti e vani tentativi.

Ma che, ancora nel 1932-33, era Terra di guitti, butteri, cavallari…: “Gente da gliò parlà forte”, così definita da Cesare Chiominto – poeta di Cori. E, secondo Massimo D’Azeglio: “Gente rozza ed ignorante, è vero, ma che nel loro aspetto, nei loro detti, nel modo di stare, d’andare, d’atteggiarsi ha una sua espressione altera, di una sicurezza orgogliosa, che nessun popolo al mondo m’è accaduto d’incontrare…” E che Garibaldi sogna di: “… vederla tramutarsi in magnifici campi coltivati che… (ricordano) la ubertosa e ben coltiva Valle del Po, con l’incantevole vegetazione. Invece del deserto, graziosissime cascine con orti verdeggianti ed alberi carichi d’ogni specie di frutta, pianure immense coperte di biade color dell’oro… e un brulichio di gente occupata in diversi lavori alla campagna …”

Sogno, questo, avveratosi in “Piscinara” dove i moltissimi pionieri immigrati e i loro figli han trovato: “La Merica” sognata.

Un giorno la nonna mi ha detto: “Sai, Giulia, proprio uno di quei butteri di Cisterna ha vinto, in una gara, il famoso Buffalo Bill!” E la voce di nonna vibrava d’orgoglio, pur non essendo, lei, d’origine cisternese, né laziale – ma “frutto d’innesti in Terra Pontina”.

Proprio con questa gente autoctona e fiera, dovevano fare presto conoscenza (ed integrarsi) anche i Pionieri appena giunti con il rumoroso e fumoso treno, finalmente in pace sulla banchina. Intanto – Gente – tanta Gente proveniente dal Veneto – da Treviso – scendeva con evidente sollievo. Eran gruppi familiari numerosi. Persone d’ogni età. Dalla parlata diversa da quella locale, pronunciata nella tipica musicalità del “venesian o del trevigian” che addolcisce la zeta e non raddoppia le consonanti.

Persone diverse d’aspetto a confronto con gli autoctoni accorsi alla stazione come ad uno spettacolo gratuito. Tanto eran bassi, mori, traccagnotti e scuri d’occhi i “locali”- che indossavan ancora “primitivi” gambali di pelli ovine -; quanto apparivan più alti quei veneti appena arrivati. E tutti biondi come spighe di grano. Tutti di pelle così bianca – da scottarsi al primo incontro col nostro sole – E gli occhi! Di varia gradazione di celeste come il cielo di primavera.

Uomini. Donne. Giovani. Anziani e… bambini rosei come bambolotti… si guardavano attorno con sguardo trasognato e, … in verità… un po’ deluso. Credevan di trovare “La Merica” in Piscinara (come da un loro canto!). Disponevano sì di una casa, un podere, una stalla (come loro promesso) ma … in un territorio così vasto e ancora tutto in fieri. E, in esso, la durezza e l’incertezza di un faticoso lavoro, oltre la crudeltà diabolica delle anofeli per cui nei campi, avrebbero poi cantato in coro (come ai Veneti piace fare):  <<… Son vegnù in Piscinara / per trovarme ‘na morosa / gò ciapà la perniciosa / restarò da maridar …>>

E nonna Adriana – a questo punto del suo narrare – mi cantava questi versi amari, imparati da sua madre. Perché tra quei Veneti appena arrivati nella “Terra olim Palus” c’era Clorinda la mia bisnonna! La Palude che << sogghignava / in faccia al sole / … unica dea la Febbre>> era stata solo da poco bonificata!

Ma vi resisteva la “mal’aria” propagata dalla zanzara. E, ad attendere i Trevigiani alla stazione di Cisterna, oltre agli autoctoni … anche dense nuvole (così raccontava la bisnonna) di petulanti zanzare. Ma così tante. E così arrabbiate come mai viste prima. Niente di simile nella sua terra lungo il Sile e il Piave, che aveva lasciato con sogni di speranze in un migliore futuro.

Perché sì, era vero, anche al Nord allora si soffriva a conseguenza della “Grande Guerra” del 1915-18 … ma qui!!! E nonna continua a raccontarmi ciò che ha saputo da sua madre, la mia bisnonna Clorinda: la trevigiana arrivata a Cisterna nel 1932. Che non immaginava di fermarsi nella “Terra Nuova”.

E che da lei sarebbero nati figli, nipoti, pronipoti (tra cui io, Giulia) definiti: “Frutto di felici innesti in Terra Pontina”. Io, sono uno di questi frutti: da lei – Clorinda – che, appena scesa dal treno, già rimpiangeva la sua casa sulle “rave” del Piave – Là, dove c’erano un orto generoso e un giardino fiorito di dalie, zinnie, aster, creste di gallo, violacciocche …; il vigneto del raboso e del clinton; dove, nell’acque correnti e limpide del Negrisia nuotavano allegramente “chiacchierando” oche ed anatre; dove in comode gabbie prolificavano candidi conigli d’angora dagl’incredibili occhi rossi e lucenti come veneziane murrine; dove c’era l’allevamento dei bachi da seta, (detti “Cavalieri” in dialetto) sempre affamati di foglie fresche di gelso, i quali fornivano quel sottilissimo prezioso filo che le donne di famiglia filavano e tessevano. E dei quali Clorinda ha portato con sé alcuni bozzoli perché a Littoria c’era un centro di lavorazione dei bozzoli; dove avevan lasciato sulle mensole della dispensa le gustose formaggelle di buon latte, a stagionare!

“Altro che America, qui!” il commento della bisnonna. Ma orgogliosa e … anche un po’ ambiziosa, non poteva darsi per vinta, dopo aver preso commiato delle amiche con le quali era solita “ragionare” mentre, assieme, ricamavano il corredo sotto la pergola del glicine. Perciò rimboccate le maniche, s’è messa subito a lavorare non immaginando che, in appena 80 anni, Littoria e il suo territorio potessero diventare così popolosi e così produttivi… di felici innesti, … visti gli ottimi risultati nella bella gioventù che anima oggi le piazze e le vie delle “Città Nuove” e negli ottimi prodotti ortofrutticoli, zootecnici, caseari, oleari e della enologia! Vanto di “Latina olim Littoria” che, concepita come centro rurale da B.

Mussolini, è sorta già con tutte le premesse per diventare una città giardino per la felice concomitanza di “fattori” natural-logistici: vuoi per la felice sua posizione geografica al Centro dell’Italia, tra mare e monti; vuoi per la mitezza del suo clima; vuoi per l’impianto urbanistico d’ampio respiro e per la sua architettura razionalista – semplice e lineare, (ma non impersonale come certe sue moderne costruzioni!) – che richiamava visitatori anche stranieri; vuoi per la bellezza dei suoi paesaggi (marini lacustri, montani); per le sue memorie storiche e preistoriche, ignorate dai più! ma non dai poeti, dai letterati, dai pittori!! … “Un tessuto cittadino: prezioso testimone – piaccia o non piaccia, d’un periodo storico che è stato letteralmente stravolto (è il commento di nonna) nel dopoguerra perché si voleva far pagare alla città il suo “peccato d’origine” – Come se bastasse scalpellar via  emblemi e simboli; abbattere ciò che era stato già costruito … cambiar nome a vie e piazze, per mutare il volto della Storia!

Così, vittime illustri di questa “mania d’abbattimento” in Latina: la “Casa del Cittadino” con le sue stanze e dipinte e le sue statue nel bel giardino; l’aerea “Scala” (a becco d’oca si diceva allora) dell’Ufficio Postale, luogo di ritrovo di studenti e di giovani fidanzatini alla “Peynet”; l’Ospedale Civile (del 1936) e dell’annessa Chiesetta di S. Benedetto per edificare al loro posto una preziosa - costosa  “Biblioteca”, mai realizzata. Per non dire poi della dispersa e ricca “Galleria d’arte moderna e contemporanea di Littoria” -

 

Continua...

GIULIA SALVATO

Studentessa del  Liceo / Ginnasio Statale

“Dante Alighieri”

Elaborato del 2012 per il concorso "I Nonni raccontano"

 

 

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