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I diversi destini di Littoria e Sabaudia (2a parte)

Storia di un piccolo funzionario che non si è fatto intimorire dal potente Ministero

Ecco di seguito l’estratto della testimonianza rilasciata da Luigi Casalvieri presidente dell’Associazione Nastro Azzurro di Latina, nato a Civitadantino (L’Aquila) il 18/11/1916, residente a Latina in via Sant’Agostino.

All’età di 14 anni, unitamente alla famiglia, si trasferì a Cisterna ove partecipò alla bonifica dell’agro pontino come operaio e successivamente in qualità di carpentiere, iniziando a lavorare alla costruzione di alcuni palazzi a Littoria e in zona.

La scala della scuola Vittorio Veneto l’ho armata io con mio fratello. C’era una squadra di venti carpentieri, noi due, ragazzi eravamo apprendisti. Il capo carpentiere, un uomo con i baffi bianchi di cognome Toldo ci chiamò mentre staccavamo dal lavoro. «Ciao boccia» ci disse a me e a mio fratello (lui del ’15)”ve la sentite di armare le scale?”. Rispondemmo che potevamo provare e lui ci diede il disegno con preghiera di guardarlo e di dargli una risposta il giorno successivo. La sera io e mio fratello ci siamo messi a studiarlo e la mattina seguente abbiamo detto si, ed è così che la scala del Vittorio Veneto è ancora lì. Anche il palco del teatro di Aprilia lo abbiamo armato noi, nessuno lo voleva fare. Era fatto con un pilastro centrale e travi che reggevano il tutto, come un ombrello. Lo dovemmo anche disarmare perché avevano paura che crollasse. Per quel lavoro ci regalarono mille Lire. Come carpentieri facevamo le strutture lignee e al tempo stesso controllavamo anche i ferraioli… Non ho ricordi fotografici di queste cose. Avevo solo una fotografia con mio fratello ed altri di Cisterna, ma si è rovinata … Il mio ultimo lavoro, prima di partire per il militare, l’ho fatto partecipando alla costruzione dello zuccherificio dello Scalo”.

Fu arruolato come soldato nel Reggimento di Cavalleria a Roma nel centro rifornimenti quadrupedi del Lazio, come addetto all’addestramento dei puledri. Trattenuto a domanda con il grado di Sergente, fu trasferito in Albania al 19° Reggimento Cavalleggeri Guide di Parma e partecipò alle operazioni di guerra sul fronte greco-albanese e albanese-jugoslavo dalla fine di ottobre 1940 all’aprile 1941. Promosso Sergente Maggiore per merito di guerra, nel 1942 rientrò in Italia per frequentare il corso di paracadutista presso la scuola di Tarquinia. Entrò a far parte del 184° Reggimento Paracadutisti Nembo di stanza a Pistoia e con tutto il reparto fu trasferito in Sardegna nel giugno del 1943.

All’armistizio dell’8 settembre si trovava in territorio sardo. Era in supporto presso la Compagnia Servizio per la protezione del Comando Superiore delle Forze Armate di Sardegna, ivi distaccato dal suo 13° Battaglione della Nembo. Per questa ragione era fisicamente separato dal suo reparto proprio nel momento fatidico che tanta sofferenza ed inquietudine causò all’Italia.

Nel marasma che seguì, anche il suo reparto si sfaldò; parte del personale sparì ritornandosene a casa, una frazione rientrò in Italia con i Tedeschi e chi rimase in Sardegna, senza deporre le armi, si unì nel febbraio del ’44 alle truppe nel sud dell’Italia. Questa ultima porzione, di cui faceva parte anche Casalvieri, venne incorporata nel Corpo Volontari di Liberazione e partecipò con gli Alleati a tutte le operazioni di guerra sul territorio nazionale fino al termine del conflitto.

Casalvieri ricorda che il suo reparto, nel frangente della spaccatura creatasi con l’armistizio negli animi di tutti i combattenti, fu oggetto di un increscioso atto, prodromo della guerra fratricida che di lì a breve avrebbe colpito l’Italia.

In questo frangente il colonnello Beghi del Reggimento provò ad opporsi alla partenza di parte del Nembo con i Tedeschi e fu per questo motivo ucciso da una sventagliata di mitra.

“Disse ai ragazzi «Guardate che vi stanno imbrogliando, noi non combattiamo con i Tedeschi, dobbiamo rimanere in Sardegna». Una voce in mezzo disse «colonnello se ne vada o le spariamo» e di lì a poco una raffica di mitra lo uccise. Gli fu concessa in seguito la Medaglia d’Oro. Fu così che solo il 13° Battaglione della Nembo si separò dal resto del Reparto. Intanto era sparito anche il mio capitano ed io parlando con due sottotenenti sardi ed altri soldati isolani che volevano andare a casa, affermai «qui la guerra comincia ora, noi siamo qui con voi per liberarvi e voi ve ne volete andare!». Non si mosse un sardo e siamo rimasti in Sardegna per poi rientrare in continente. Passammo un inverno durissimo per il freddo e la fame; ci mancavano anche le scarpe. Riuscimmo a tornare in continente, ci riorganizzammo … Volevamo cacciare dall’Italia tutti gli stranieri… Iniziammo da Mignano Montelungo per finire al Brennero”.

Finita la guerra ed ottenuto il congedo illimitato, ritornò nell’agro pontino per intraprendere la sua attività da imprenditore e nel frattempo partecipò alle prime elezioni democratiche del Comune di Sabaudia.

Fu eletto assessore ed è in questa circostanza che divenne protagonista del fatto clou di questa sua testimonianza a cui, dopo tutti questi anni, ha voluto togliere il velo.

“Ritornai nell’agro pontino, ma poiché Cisterna era completamente distrutta decisi di sistemarmi a Sabaudia dove partecipai alla prima legislatura come assessore … Sostituivo quasi in toto il sindaco, una brava persona, un veneto, ma era un contadino che non parlava però neanche l’italiano … Arrivò dal Ministero degli Interni una comunicazione scritta, che non era neanche un’ordinanza, che diceva in modo interlocutorio di cambiare il nome della città … Non la feci vedere a nessuno e non risposi. Mi rivolsi subito a De Gasperi chiedendogli che cosa dovevo fare … De Gasperi mi disse «Non rispondere, non ti muovere. Se sollecitano fammi sapere e vedremo». Non ho ricevuto nessun sollecito e Sabaudia è rimasta Sabaudia.

Non ho fatto niente di particolare, non ho solo risposto. Nessuno mi ha dato più fastidio. La lettera penso sia rimasta agli atti, ma è una parola ritrovarla … Anche i nomi delle vie rimasero invariate e ricostruimmo la commissione edilizia con gli stessi componenti originali che costruirono Sabaudia: Zeoli, Scarpelli e Piccinati.”

Disarmanti queste parole, parole che fanno luce su un fatto che ha dell’incredibile e che confermano quanto siano importanti per la storia le azioni di un singolo individuo. Se facciamo un confronto con quanto successe quando arrivò la richiesta del ministero dell’Interno al commissario prefettizio di Littoria, non si può che rimanere quantomeno perplessi.

Annibali Folchi, come anzidetto in ambedue i suoi libri, ha sottolineato come la richiesta pervenuta da Roma per il cambio del nome sia stata accolta con eccessiva arrendevolezza. Se si confronta questo comportamento con quello più distaccato e determinato all’arrivo della medesima richiesta per la città di Sabaudia si rimane a dir poco confusi.

Chi ha agito con più saggezza? A sessantasette anni da allora quale comportamento appare più sensato?

Sarebbe interessante ora che è venuto alla luce questo fatto approfondire la ricerca trovando, in partenza o in arrivo, i documenti. Si ritiene, infatti, riduttivo prendere atto di questa testimonianza senza riflettere ed analizzare circostanze e comportamenti.

Non spetta a queste poche righe risolvere il busillis; partecipando al concorso si è voluto solo portare a conoscenza una testimonianza che fino ad ora era rimasta occultata da chi l’aveva vissuta. Ora spetta ai ricercatori ed agli storici, fugando le paure per i fantasmi del passato e per le accuse di nostalgismo, approfondire questa intrigante dichiarazione.

Caduto il fascismo, c'era o non c’era ragione di conservare quelle denominazioni delle due città che richiamavano le istituzioni ree dei disastri conseguenti alla guerra? Nulla lo impediva o si poteva evitare di mutilare del suo nome originale una città solo rea di essere sorta durante e per le decisioni di un soppresso regime?

Come risulta dalle parole di Casalvieri sembra valido il contrario. Sabaudia mantenendo il suo nome non ha tenuto in vita la monarchia.

L’esperienza vissuta dal Casalvieri insegna che la leggenda di Davide e Golia trova a volte conferma nella realtà; un piccolo funzionario non si è fatto intimorire dal superiore e potente Ministero. Peccato che il caso volle che a ricevere quella comunicazione a Littoria non vi fosse un altro Davide.

Fabio Rossi

Concorso “I nonni raccontano” Latina 18/12/2012


 

 

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