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Ricordo...la mia famiglia

Storia della "Carovana Facchini Italia" (2a parte)

Nella stazione ferroviaria, sin dall’inizio dell’anno 1933 e quindi ad appena due mesi dalla prima messa in funzione, si costituì la “Carovana Facchini Italia”, per il carico e lo scarico delle merci, che, si ricordi, in quel periodo avvenivano solo manualmente perché non vi erano disponibili i mezzi automatizzati.

Fondatore della Cooperativa di servizio fu mio zio, Giuseppe BASSET, proveniente da Visnà, ridente paesino della provincia di Treviso, il quale in seguito chiamò sul posto anche i propri fratelli Domenico, Giacomo e Antonio che, assieme ad altri operai compaesani e ai lavoratori indigeni, composero una squadra in grado di operare sia presso la stazione e sia presso le fabbriche del territorio. Poi  la guerra che tanti dispiaceri ha portato anche in questa bella terra pontina…

In quel periodo, mia madre e mia zia erano a “servizio” presso due nobili famiglie a Napoli, mentre i cannoneggiamenti venivano effettuati nel salernitano e lungo tutto l’asse campano verso nord. Le due sorelle si misero al riparo dal flagello prendendo il primo treno utile per Littoria. Mia zina Nina mi raccontò che per un errore del controllore scesero sul calar della sera alla stazione di Fondi, dove grazie al buon cuore del Capostazione furono chiuse a chiave nei locali della Saletta Viaggiatori, senza luce e senza altro… Bisogna veramente ricordare il buon cuore del capostazione perché proprio a causa della guerra circolavano sbandati vari e individui poco raccomandabili durante la notte! Di buon mattino il brav’uomo le fece uscire e le rifocillò al meglio e quindi dopo averlo ringraziato le “ragazze” presero un nuovo convoglio e giunsero finalmente a Littoria Stazione dove ad attenderle c’erano i fratelli molto molto preoccupati. Dopo qualche giorno con treni e altri mezzi di fortuna poterono tornare nel Veneto a riabbracciare i genitori.

Nel frattempo i fratelli continuavano ad esser presenti nel territorio, perché era molto importante lavorare e aiutare a produrre per le necessità di tutti. Appena nel 1945 tutto si ebbe a placare, mia madre appena sposatasi tornò in Agro andando ad abitare nei pressi del bivio dell’Epitaffio. Non passò molto tempo che anche mia zia Nina raggiunse il resto dei fratelli e si maritò con un compaesano andando ad abitare nei locali della “Banditella” lungo l’Appia.

Tornando alla Carovana dei facchini, dopo l’ultimo conflitto bellico, la cooperativa ammodernò il nome trasformandosi in “Cooperativa Facchini Nuova Italia” il cui responsabile era divenuto mio zio, Antonio BASSET.

Il cognome dei Basset in ricordo dei pionieri della Bonifica è inciso su un mattone del Monumento dei Trevisani e dei Veneti al Piazzale dei Bonificatori di  Latina.

Ricordo perfettamente che i miei parenti sia tra loro che con i paesani conversavano con la lingua tipica veneto trevigiana. Allo stesso tempo volevano fortemente che noi figli utilizzassimo la lingua italiana in modo preciso e perfetto, di modo ché non ci sentissimo emarginati dal contesto multi regionale nel quale ci trovavamo e per far capire ai “terroni” che ci sentivamo perfettamente integrati e facenti parte della comunità nascente del posto.

E’ molto vivo anche il ricordo che le donne venete non sempre venivano giudicate bene, perché usavano utilizzare la bicicletta come mezzo di locomozione per raggiungere sia la città che i Borghi limitrofi. Gli spostamenti con questo mezzo avvenivano soprattutto per portare il pasto ai propri cari nei cantieri di lavoro e nelle fabbriche perché vi era scarsità di mezzi pubblici di trasporto in certe fasce orarie.

Vi è da dire che le donne del nord utilizzavano normalmente il velocipede soprattutto nelle vaste pianure venete dove certamente si rendevano più autonome ed emancipate rispetto alle signore delle regioni più a sud, con buona pace da parte di quelli che criticavano.

 

In quegli anni del dopoguerra eravamo decisamente più poveri, ma si riusciva con tanta semplicità a superare tutti gli ostacoli perché si possedeva la gioia del cuore, con tanta umiltà e disponibilità si riusciva a tirare avanti e si risparmiava qualcosa, condividendo anche quel poco che ci si poteva permettere con il vicinato.

Per le nostre famiglie era piuttosto normale non chiudere a chiave la porta di casa, bastava lasciare la chiave sotto lo zerbino o al più nel primo vaso di fiori vicino al portone semmai ci si allontanasse per lungo tempo.

I davanzali delle nostre finestre erano adornati da belle piantine di fiori che rendevano gradevole la vista dei fabbricati residenziali e in qualche modo ricordavano ai più attempati i loro paesini di origine…

Un semplice giradischi e qualche disco portato dagli invitati, magari un 78 o un più moderno 45 giri, si ascoltavano più volte permettendo di ballare il sabato sera quando ci si incontrava tra le famiglie, nelle case che potevano disporre di una sala grande oppure nel cortile condominiale.

Ricercare la pace e la collaborazione col vicinato era una cosa abbastanza normale, perché tanta era la voglia di costruirsi qui il proprio futuro.

A Pasquetta e a Ferragosto si faceva il picnic riunendo tutti i parenti e le famiglie vicine lungo le rive del fiume delle Acque Medie nei pressi dell’aeroporto militare Enrico Comani. Per noi che allora eravamo ragazzi, era un modo di stare fuori di casa e divertirci, figurarsi che per arrivarci a piedi ci si metteva circa un’ora, ma poi tanti giochi tanto divertimento sorvegliati dalle mamme che portavano quei bellissimi cesti pieni di ogni ben di Dio per il pranzo.

In fondo come è chiaro, bastava molto poco per star bene, felici e soddisfatti!

La gente si rimboccava le maniche aiutando anche le famiglie più bisognose perché era chiaro a tutti che occorreva darsi da fare senza se e senza ma nell’interesse comune.

Un modo bellissimo di rivedere i propri parenti lontani avveniva quando i giovani si sposavano, occorrevano proprio queste occasioni per riunire al gran completo le famiglie che erano rimaste ai paesi di origine con le nostre famiglie oramai stabilizzate qui in Agro Pontino, che feste! e… quanto vino…

Ora però i nostri “veci” non ci sono più e tocca a noi nuovi “maturi” di Latina tenere alto il ricordo e l’onore di quelli che hanno saputo lottare, soffrire e raggiungere gli obiettivi prefissati, facendo in modo che questo Agro Redento continui a prosperare e ad assicurare lavoro e dignità ai nostri figli.

A buon titolo e diritto noi possiamo e dobbiamo essere considerati pionieri di Littoria, la città che ha dato ospitalità ai nostri cari, ma che proprio loro hanno creato con il sudore della fronte e col cuore.

 

Elaborato a cura di Giuseppe De Marco presentato alla prima edizione del concorso "I nonni raccontano"

 

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