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Mi ricordo...

La stazione di Littoria e altre memorie (Prima parte)

Agli inizi degli anni ’30, l'eterno silenzio della palude viene rotto dallo sbuffare delle macchine a vapore e dalla caduta degli alberi giganteschi e secolari. Migliaia di operai impegnati in questa imponente opera di bonifica accompagnano il lavoro attraverso i loro canti tipici dei luoghi natii.

E’ proprio in questo periodo che un cospicuo numero di operai e tecnici provenienti da varie parti dell’Italia e soprattutto dalla Romagna, dal Veneto e dal Friuli accorre per la realizzazione delle opere fondamentali di prosciugamento; si tratta di personale qualificato nelle arti e mestieri, quali i boscaioli, i braccianti, i carpentieri, i fabbri. Tra costoro vi era presente mio zio, Stanislao ROVA, allora molto giovane, classe 1910, di professione fabbro forgiatore che si occupava assieme a decine d’altri colleghi della costruzione di attrezzi adatti per lavorare tra i quali le vanghe, le zappe e quant’altro necessario allo scopo. Da una sua testimonianza verbale raccolta da me a Cappella Maggiore (TV) riporto:

Eravamo alcune decine di giovani, giunti a Cisterna di Roma per lavorare e di certo si lavorava molto sodo dall’alba al tramonto con i mezzi allora disponibili. Il mio compito, con altri colleghi era quello di creare e riparare in fretta e bene tutti gli attrezzi necessari agli operai che dovevano tagliare rovi ed erbe, dissodare e colmare i terreni.

Lavoravamo con il viso annerito e bruciato dal calore della fiamma dei carboni accesi alla forgia,  provvedevamo ad affilare le lame delle accette con la pietra dura. Il lavoro, anche se molto pesante, era accompagnato dal canto e dalla volontà di essere protagonisti di un’opera che sapevamo necessaria per il bene della nostra nazione.

Il cibo che ci veniva dato da mangiare, era buono ma non sempre abbondante per noi che dovevamo sostenere un impegno così gravoso. Il lavoro seppur faticoso era accettato con fiducia e buona volontà perché dovevamo realizzare un’impresa molto importante per la nostra Patria. Purtroppo, però, il luogo di lavoro era infestato da terribili zanzare alle cui punture non potevamo scappare. Per difendermi contro di loro quanto chinino ho preso! Così dopo poco più di un anno di duro lavoro preferii ritornare con tanti altri compagni al mio paese d’origine.

Ma grazie a questo come a tanti altri giovani del tempo, la palude alla quale molti Papi e potenti avevano tentato di metter mano, tentando il prosciugamento integrale, era sparita con il poderoso impegno di tutti, questo sia per i mezzi più adeguati e sia per le necessità derivanti dalle richieste del grano necessario ai bisogni della popolazione.

Questi sono gli anni in cui è forte la spinta nazionalista e grande è la voglia di partecipazione dei cittadini per costruire un futuro migliore.

 

IL MONDO CONTADINO

Prima ancora che si potesse parlare di agricoltura almeno così come la intendiamo oggi, si deve recuperare la memoria di quelle persone che affrontarono la palude con enormi sacrifici e pagando un salatissimo prezzo finanche con la propria vita per sfuggire ad una vita grama.

A sprezzo del pericolo derivante dalla puntura delle micidiali anofeli, tentarono un abbozzo di lavoro agricolo almeno nelle parti più sollevate del territorio ricavandone in cambio pochissimo, nemmeno sufficiente al mantenimento di se stesse.

Per quest’ulteriore motivo si ingegnarono facendo uso dei legnami raccolti in palude per trasformarli in carbone da ardere e da vendere per il proprio sostentamento; ebbene tutto questo avveniva ancora agli inizi del ‘900 e proseguì in parte sino alla bonifica territoriale dei CAETANI quella degli anni ’20 per intenderci, ad appena 65 chilometri da Roma la capitale del Regno d’Italia così ricca di Storia, di Palazzi e Monumenti…

All’inizio del 1931 si cominciarono a stabilire nei poderi al di qua dell’Appia (verso l’attuale Latina Scalo) i primi coloni in parte provenienti dai vicini paesi dei LEPINI e in parte giunti dalle MARCHE e dall’UMBRIA.       

Molte le famiglie che a memoria si ricordano, in quanto i discendenti ancor oggi vivono in zona. Tra queste voglio ricordare: VIOLA, VASCONI, MANAUZZI, NARDOCCI, MENICHELLI, CENTRA, ZUCCARO, GNESSI, CASCIANELLI, FIORUCCI, PIZZI, FRANCIA, ERMINI, BIONDINI, LANZA, PIETROSANTI, MENGO.

Tra le prime famiglie in assoluto che provennero per lavorare nei pressi del “Villaggio operaio”, si annoverano le famiglie NARDOCCI di Sermoneta ed ERMINI proveniente dalle Marche.

L’insediamento produttivo nei poderi dell’Università Agraria Umberto I di Sermoneta, della Bonifica dei CAETANI, fu reso possibile grazie ad un duro e competente lavoro delle famiglie contadine chiamate ad operare nel territorio appena prosciugato dalle acque della palude.

In breve tempo e con tanti sacrifici, resero economicamente soddisfacente l’appezzamento di terreno loro affidato con il quale riuscirono a sostentare le loro numerose famiglie e a dare sollievo anche ai bisognosi che in numero molto alto transitavano da queste parti.

 

LA STAZIONE FERROVIARIA DI LITTORIA

Il progetto della stazione ferroviaria, redatto dall'Architetto Angiolo MAZZONI, fu attuato per fasi successive, nelle quali pian piano vennero evidenziate le bellissime forme che ci ricordano sia le poste centrali di Littoria che l’edificio che ospita il Tribunale. Benito MUSSOLINI allora Capo del Governo, visitò la stazione così come fu realizzata nella prima parte completata, il 26 novembre 1932. Già all'epoca, la stazione fu considerata opera tra le più belle e moderne d'Italia.

La tratta ferroviaria direttissima ROMA-NAPOLI si arricchì di una nuova stazione, fu aperta al pubblico, LITTORIA Stazione. Per il completamento e l’adattamento necessario per una zona che andava crescendo, furono affrontati i lavori successivi che resero ancor più bella e ricettiva la struttura.

Nell’aprile del 1937, la piccola ma laboriosa popolazione del Villaggio attese presso l’incrocio di Via Stazione con Via Murillo l’arrivo del Capo del Governo, Benito MUSSOLINI per l’inaugurazione della Stazione ferroviaria. Arrivato accompagnato dalle autorità, s’incamminò a passo veloce verso la stazione, dove trovò alcune zanzariere a protezione delle finestre dei fabbricati.

Il Sig. Felice AVVISATI da Bassiano presente alla cerimonia mi raccontò: “Il duce alla vista delle zanzariere ebbe uno scatto d’ira e dopo averle prese a pugni disse: “Facciamo propaganda quando diciamo che abbiamo debellato la malaria e poi mettiamo le zanzariere alle finestre…”, quindi inaugurò la stazione e ripartì con la scorta”. 

(nella foto la Stazione ferroviaria di Cisterna di Roma (ora di Latina) - Foto archivio C.B.A.P.)

 

 

Elaborato a cura di Giuseppe De Marco presentato alla prima edizione del concorso "I nonni raccontano"

 

 

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