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"Sabaudia amarcord", ricordi dal 1955

Prima parte dell'elaborato di Daniela Carfagna

Sono nata a Sabaudia nel 1955 in una delle “case di abitazione” disegnate da Piccinato, Montuori, Scalpelli e Cancellotti, in una mattina d’inverno a due passi dalle “mitiche poste”.

 Mitiche già d’allora,  per noi bambini, un lunapark tutto azzurro come il vestito delle fate, a due passi da casa, con scivoli, scalette, luoghi in cui nascondersi, per non farsi fare “tana” dai ragazzini che vivevano nelle case dei sottufficiali, sul grande pino che ancora oggi le sovrasta.

I più spericolati arrivavamo fin alla sommità dell’ampia scalinata e poi scivolavamo giù sul largo corrimano di marmo rosa, prodezza che a qualcuno costò la vita, così fu tassativamente proibita da tutti i genitori e,  nel mio caso, da mia nonna, con cui vivevo.

Le  ampie porte di rame erano  dello stesso metallo delle pentole che erano appese nella fumante cucina, cuore di ogni casa, calda, quanto gelide erano invece le stanze da letto ed il lungo corridoio che serviva per raggiungerle. Anche il bagno era una sorta di frigorifero tanto che , d’inverno il bagno si faceva in cucina dentro ad una tinozza posta davanti alla cara cucina a legna.

La casa, grande e spaziosa. prendeva tutto un lato dell’edificio e aveva una terrazza enorme che la collegava al palazzo vicino.  Un’altra terrazza, grandissima, fungeva da tetto per l’intero immobile, là c’era lo stenditoio e affacciandosi si  vedevano “gli orti di guerra” dei vicini e la strada principale che portava al palazzo municipale.

Gli orti di guerra erano i piccoli appezzamenti di terreno retrostanti alle abitazioni che consentivano ad ogni famiglia di coltivare un piccolo orto per le necessità giornaliere: un po’ di insalata, qualche piantina di pomodoro, erbette di stagione, alberi da frutto, immancabile era poi il pollaio  e taluno aveva anche la gabbia per i conigli, rigorosamente in legno e retina di ferro .

La guerra sembrava lontanissima, ma oggi mi rendo conto che non lo era poi così tanto, nelle classi c’erano molti cartelli che ci insegnavano a non toccare ordigni bellici e ci venivano somministrate disgustose pasticche morbide con olio di pesce.

Mio zio Loris a quei cartelli non aveva fatto abbastanza attenzione e ancora oggi, su una mano e nel cuore, ne porta le atroci conseguenze.

Al piano terra della casa dei nonni c’era il negozio di mobili che pochi anni prima era stata un’officina con distributore di carburante.

 All’angolo del marciapiedi, infatti, faceva ancora mostra di sé la conchiglia della Shell, su un alto pilastro giallo.

L’orto poi era un mondo incantato, i grandissimi cespugli di biancospino, l’albero delle albicocche che nonna non riusciva mai a portare a tavola, perché puntualmente venivano mangiate, da noi bambini, ancora acerbe, gli alberi di ulivo, il pollaio e poi c’era il nostro pastore tedesco, Poker,che puntualmente azzannava qualche gallina e rimediava le botte con la scopa.

CONTINUA....

 

Elaborato di Daniela Carfagna 

per il concorso "I nonni raccontano"

 

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