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I bambini e la solitudine

Una questione troppo spesso "invisibile"

In questo articolo vogliamo focalizzare l’attenzione su una questione importante e troppo spesso "invisibile" per gli adulti e cioè la "solitudine del bambino domestico".

Ci siamo mai chiesti cosa fanno i nostri figli quando non sono a scuola? Quali possibilità hanno di relazioni libere e spontanee con coetanei? Come possono maturare quelle competenze sociali che sono il requisito di tutte le relazioni interpersonali?

La maggior parte dei bambini non gioca mai all'aperto e chi riesce lo fa solo per un'ora.

I dati mostrano che molto dipende anche dall’organizzazione famigliare,  paradossalmente tanto maggiore è il tempo che la madre trascorre con il bambino tanto minore è la ricerca da parte del piccolo di occasioni per relazionarsi con il sociale.

Dalla ricerca emerge un quadro di profonda solitudine del bambino, privato di esperienze sociali e condizionato dai tempi di vita degli adulti che molto spesso non si possono modificare più di tanto a favore dei bisogni infantili, quali quelli del contatto con i coetanei e del gioco con gli adulti.

Questo vale molto spesso anche per le situazioni in cui la madre lavora ed il bambino è affidato ai nonni o alla baby-sitter.

Tale situazione è difficilmente colta nella sua gravità da molti genitori, per i quali il tenere il proprio figlio "custodito" tra le pareti domestiche è considerata la migliore situazione di crescita.

Questa situazione di "isolamento" si protrae anche durante i primi anni dell’adolescenza, e non è affatto raro incontrare padri e madri che esibiscono con soddisfazione il fatto che il loro figlio divida il tempo unicamente tra la scuola, la casa, lo studio.

In realtà la solitudine dei bambini e dei ragazzi in famiglia è senz’altro allarmante da un punto di vista educativo per diversi motivi: potremmo dire della scarsa creatività, della manualità impoverita della noia incipiente.

Quando il tempo libero è trascorso in casa,  il mondo reale può venire facilmente surrogato con quello virtuale, l’esperienza diretta sostituita con quella indiretta dei computer e della televisione, dai quali i nostri figli traggono la pericolosa convinzione che tutti gli atti sono reversibili, come nei videogames, nei dvd nei cartoni si possono scorrere avanti ed indietro a piacimento senza che si rompa la trama.

Se limitiamo le loro uscite da casa agli appuntamenti formali (la scuola, il catechismo, le attività sportive ed artistiche), non potranno mai capire che i rapporti con gli altri, a cominciare dai coetanei, sono basati su azioni intenzionali e dai una responsabilità delle proprie azioni.

Come potranno imparare a modulare i loro sentimenti, a vincere le paure e le frustrazioni che accompagnano di norma ogni processo di crescita?

Per ovviare a questi rischi: la prima regola insostituibile per i genitori, è quella di ascoltare e parlare con i bambini, per poter comprendere, "contenere", indirizzare in modo corretto le domande, le ansie e i sentimenti che inevitabilmente insorgono quando si allarga l’ambiente di socializzazione (ad. es. con l’ingresso a scuola).

In secondo luogo vanno favorite occasioni di incontro tra coetanei, e se strade e piazze oggi non sono sicure non c’è altra soluzione che aprire le nostre case, anche a costo di sacrificare un po’ di quell’ordine e di quella riservatezza cui siamo spesso tanto legati!

Infine noi genitori potremmo adoperarci con tutti i mezzi a disposizione per creare o riorganizzare spazi di gioco e di incontro, soprattutto ora che, terminata la scuola, si accentua la solitudine di molti bambini: pensiamo alle aree verdi attrezzate, ancora così rare nei nostri comuni ma presenti ed alle potenzialità, oggi poco sfruttate, o poco conosciute di oratori, di fattorie didattiche o colonie pensate e studiate a misura di bambino.

 

A cura di Alessandra Ulgiati

 

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